La nostra Città

stop alla violenza

Prima la verità.
Poi la giustizia.
Prima i fatti.
Poi le responsabilità.

Questo, per noi, è il comportamento
che ci aspettiamo da un’istituzione.

UNA INTERA CITTÀ PIOMBATA NEL TERRORE E VIOLENTATA.

Noi non attribuiamo al sindaco la responsabilità penale di quegli scontri. Ma poniamo una domanda politica: era davvero prudente convocare quella piazza prima che fossero completati gli accertamenti sulla morte di Fakir e senza rispettare il termine ordinario di preavviso? Noi pensiamo di no.

Perché un’istituzione deve fare esattamente il contrario: deve raffreddare le tensioni, attendere i fatti, tutelare la verità — e tutelare anche la dignità delle forze dell’ordine fino a quando eventuali responsabilità non siano accertate.

Convocare una manifestazione il giorno immediatamente successivo alla morte di Fakir, chiedendo pubblicamente «verità e giustizia», non era un atto politicamente neutro: quella convocazione, pur non contenendo una formale accusa, gettava inevitabilmente un’ombra sull’operato degli agenti, prima ancora che gli accertamenti stabilissero cosa fosse realmente accaduto.

Un sindaco avrebbe dovuto dire: “Aspettiamo le indagini. Accertiamo cosa è accaduto. E sulla base dei fatti trarremo le conclusioni.”

Perché quando un’istituzione si schiera pubblicamente, anche solo attraverso il linguaggio utilizzato, prima che le verifiche siano concluse, rischia di compromettere quella neutralità che dovrebbe invece garantire.

LA MEMORIA

E vogliamo anche conoscere tutta la nostra storia. Non soltanto quella che fa comodo. Non vogliamo riscrivere la storia: vogliamo leggerla tutta, anche le pagine più terribili, anche le violenze politiche del dopoguerra, anche gli errori e i crimini commessi nel nome di ideologie diverse.

La storia non deve diventare una clava. Deve diventare memoria.
E la stessa onestà la dobbiamo ai nostri confini orientali e a un intero capitolo della nostra memoria nazionale che troppo spesso resta ai margini:

  • Tra il 1943 e il 1945, e poi ancora nel dopoguerra, migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono uccisi, spesso senza processo, e gettati nelle foibe o deportati nei campi jugoslavi. Gli storici più accreditati, da Raoul Pupo a Roberto Spazzali, stimano tra le 3.000 e le 5.000 vittime; altre ricostruzioni arrivano fino a 11.000.

  • Altri 250.000, forse 350.000 italiani furono costretti a lasciare per sempre le proprie case, la propria terra, i cimiteri dei propri morti: è l’esodo giuliano-dalmata. Anche questa è memoria italiana, e merita di essere raccontata nelle scuole, nei libri, nelle piazze, non soltanto il 10 febbraio.

  • Gli studi storici più accreditati parlano di migliaia di vittime delle violenze politiche del dopoguerra: circa 1.958 uccisioni in Emilia- Romagna secondo una recente ricerca storica, e a livello nazionale

    stime che vanno da Ferruccio Parri, che fu Presidente del Consiglio, e Mario Scelba, che fu Ministro dell’Interno, fino agli storici Giorgio Bocca e Giorgio Pisanò: da 15.000 a oltre 34.000 vittime, secondo le diverse ricostruzioni.

Non abbiamo bisogno di gonfiare i numeri. Non abbiamo bisogno di inventare. La verità è abbastanza forte.
E noi vogliamo una memoria nazionale che non sia patrimonio esclusivo di una parte. Perché l’Italia appartiene a tutti gli italiani.